
Innanzitutto parlare di urbanistica non significa parlare esclusivamente di parametri tecnici, di indici, di piani regolatori, di leggi, ma soprattutto, significa parlare dell’idea di città che ci immaginiamo a partire sia dallo spazio fisico, che dal sistema di relazioni che strutturano i luoghi del nostro vivere quotidiano.
Due aspetti estremamente correlati che appartengono, in particolare, alle figure proposte dall’urbanistica riformista degli anni’60, di cui un tracciato evidente si può riconoscere ad esempio, a partire dalla rivista Spazio e Società diretta per lungo tempo da Giancarlo De Carlo.
Per parlare di urbanistica a Campi, quindi, è necessario partire da questi presupposti nell’analisi del contesto, ed in particolare è necessario partire da un assunto:
é indubbio che in questi ultimi anni questo paese sta cambiando, forse sta cambiando più velocemente e più radicalmente di prima, e questo rende necessario interrogarsi su quale sia la natura di questo cambiamento, quali siano i caratteri di tale trasformazione.
In primo luogo, Campi sta cambiando sia da un punto di vista sociale che economico, ed in particolare stanno cambiando le pratiche d’uso del territorio, il sistema dei valori dei cittadini: sta cambiando la nostra quotidianità, o come asseriva Roland Barthes negli anni ’70, durante il ciclo di lezioni tenute al Collage de France di Parigi, titolate Comment vivre ensemble 76/77, stanno cambiando i nostri idioritmi.
Cambiamenti che avvengono in concomitanza con tutti quei fattori di origine esogena che la globalizzazione comporta e che inevitabilmente avvolge il nostro tempo e trasforma i nostri usi e costumi, producendo fenomeni ormai noti come il consumo di massa, l’omologazione delle idee, ecc.
Assistiamo così anche qui, in un piccolo paese del sud, al mito dello sviluppo a tutti i costi, alla rincorsa del mercato globale o anche, all’incapsulamento delle nostra identità, trascurando probabilmente le specificità locali, gli sforzi delle genti che abitano (nel senso più ampio del termine) questa comunità.
Ad uno sguardo ravvicinato, inoltre, possiamo cogliere alcuni tratti distintivi di ciò che a Campi sta succedendo negli ultimi anni: lo sviluppo della piccola e media impresa, alcune interessanti esperienze artigianali, alcuni più rari, esperimenti di riconversione dell’agricoltura o di variazioni d’uso dell’ambiente rurale, sino all’escalation dei piccoli locali del gusto, delle boutique, dei servizi e di tutta l’area commerciale.
Microtrasformazioni, dal carattere incrementale, posizionabili all’interno del campo della mobilitazione individualistica o, per dirla più semplicemente, del campo delle azioni di trasformazione dal basso.
Indizi, comunque, che focalizzano una sorta di progetto implicito – parafrasando Giuseppe De Matteis - del futuro di questo paese. Indizi, che lo collocano anche a svolgere funzioni attrattive di più larga intensità, che si riverberano anche al di fuori dei propri confini puramente amministrativi.
In secondo luogo, Campi sta cambiando anche da un punto di vista fisico. Sono evidenti le trasformazioni che interessano i luoghi della nostra quotidianità e gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: assi urbani che man mano si trasformano da strade ad uso residenziale a minuti elementi commerciali; abitazioni del centro storico che vengono ristrutturate e riconquistano la dignità ed il pregio di un tempo, sfuggendo ad un lungo periodo di degrado, lasciando in qualche caso il posto a sporadiche riconversioni d’uso dal gusto più o meno raffinato; la campagna, non essendo più il pilastro produttivo del passato, diventa l’orto al di fuori dell’abitazione, il luogo delle seconde case o nuovamente la sede di residenze estive, o anche il luogo dove ritrovare una pausa al rifugio dalla foga urbana, diventa, infine, lo spazio per le prime esperienze di ricettività turistica nel verde.
Questo paese, inoltre, cambia fisicamente attraverso svariate operazioni immobiliari, che ripropongono uno dei sogni degli anni ’80 della casa per tutti all’interno delle grandi speculazioni edilizie. Anche se in scale differenti, si può osservare la nascita di questi patchwork urbani: edilizia asservita alle regole del mercato, dei trend immobiliari che si impongono con la loro soluzione standardizzata della tipologia edilizia, nella forma di una sorta di populismo architettonico e che occupando gli ultimi spazi edificabili delle previsioni di piano degli anni ’70, dettano in qualche modo, il prezzo dei suoli o dei manufatti architettonici.
Di fronte a questo excursus, sicuramente semplicistico, di un paese che cambia e che scopre nella sua specificità la globalizzazione, sorgono alcuni interrogativi di tipo politico, a mio modo di vedere, ineludibili.
Quali sono le risposte della attuale classe politica a queste forze endogene ed esogene di trasformazione?
Quale è l’idea di città che attualmente viene proposta?
Quali gli strumenti di governo del territorio predisposti?
Sicuramente il nostro paese è attraversato da una serie di interventi di iniziativa pubblica che giorno dopo giorno cambiano il volto della città.
Interventi che si distribuiscono in modo frammentato, a macchia di leopardo, restituendo un’immagine disarticolata delle politiche pubbliche sul territorio.
Interventi che pongono, inoltre, questioni di metodo nell’affrontare la complessità delle trasformazioni.
Scopriamo così, che le necessità prioritarie diventano i miglioramenti infrastrutturali della mobilità, secondo le ormai superate logiche del mancato sviluppo in assenza di infrastruttura. Paradossalmente il binomio infrastruttura/sviluppo, una delle principali figure del fallimento delle politiche di intervento straordinario, viene riproposto in una piccola realtà locale. Di conseguenza si interviene e si affrontano tali problematiche con la stessa arretratezza culturale.
Osserviamo la costruzione di rotatorie, che di per sé sono un valido strumento, ma si realizzano con le tecniche di oltre quaranta anni fa; invece di farle diventare dispositivi di integrazione di differenti modalità di trasporto, divengono piccole vetrine per allestimenti floreali alquanto eclettici con impianti di irrigazione superflui in un territorio ammalato per la mancanza d’acqua; a volte divengono bordi da schiacciare con il peso degli pneumatici del traffico pesante.
Non bisogna andare molto lontano per scoprire come altri paesi del Salento abbiano intrapreso politiche spesso all’avanguardia su questi temi: scelte semplici come l’uso di piante che non richiedono un’irrigazione continua oppure come l’utilizzo di bordi carrabili a livello strada.
Assistiamo inoltre, che è prioritario progettare raddoppi di carreggiata, probabilmente per mascherare errori di progettazione precedenti, come nel caso della zona PIP dove era prevedibile che un così alto numero di accessi lungo la statale 7ter, ad alto flusso veicolare, potesse creare difficoltà o situazioni di pericolo.
Scopriamo anche che diventa prioritario intervenire sugli spazi centrali del paese: i cosiddetti attrattori spaziali della socialità.
Spazi strategici all’interno del centro urbano che vengono “valorizzati”: penso alla piazza, al mercato coperto o anche alla villa comunale.
La valorizzazione diventa così per la piazza una grande isola pedonale, che spezza completamente gli equilibri pluriennali degli individui che la abitano, sia come residenza, sia come luogo del lavoro, che come luogo dello stare in pubblico, mettendo in crisi persino la riuscita stessa di un’opera pubblica così costosa.
Il mercato coperto diventerà un parcheggio, nonostante la sua posizione strategica nel centro antico, nonostante sia un importante spazio di relazione tra luoghi adibiti da tempo a spazi collettivi come la biblioteca e la Casa Prato, nonostante la carenza di verde pubblico nella città.
La villa comunale diventerà solo un restyling arboreo e floreale da guardare e mai da usare, oppure mero supporto per qualche altalena, come se il progetto di uno spazio per i piccoli abitanti si potesse ridurre ad una distesa di breccia su cui poggiare dei giochi pre-confezionati. E la grande lezione dei playground di Amsterdam di Aldo vanEyck negli anni ‘50?
Quale è il senso di queste operazioni? Quali sono i risultati attesi attraverso questi interventi così slegati?
L’impressione è che questi progetti siano solo strumenti di valorizzazione di un’azione politica, perché offrono tutti i limiti di un pensiero orientato alla visibilità dell’operare fisicamente sul territorio, di lasciare un segno tangibile della propria esistenza, come chi pensa di avvalorare la propria intraprendenza politica con le grandi opere.
Ma a campi le grandi opere si trasformano in piccole opere, che assumono l’aspetto di opere povere.
L’impressione è quindi che si proceda alla giornata, senza disegni complessivi, senza proiettarsi al futuro. La dimostrazione più evidente la troviamo infatti in un Piano Urbanistico mai approvato e che quando arriva lascia comunque spazio ad azioni individuali che si arrogano il compito di decidere per tutti.
Qualcuno ci ha mai chiesto cosa ne pensate di questo e di quel progetto? Semplicemente ci viene imposto dall’alto degli uffici pubblici.
Questi sono solo alcuni esempi, ma sono utili a mettere in luce quanto sia breve l’attuale sguardo della politica in questa città.
Forse è tempo di cambiare. Di percorrere strade nuove. Di ritornare ad essere un paese che guardi al suo futuro con dignità.
E’ tempo di ripartire dalla pluralità delle istanze che i cittadini pongono, di riflettere su come immaginare una nuova modernità per questo paese.
Immaginare nuovi equilibri, prestare attenzione alle differenti ecologie che si intersecano nel tempo, ripensare una politica degli spazi pubblici al di sopra della tragedia dei beni comuni che etichetta il Sud da lungo tempo.
Immaginare, ad esempio, che la propria strada possa diventare luogo dove incontrarsi, sostare, far giocare i figli, dove il marciapiede non sia una striscia intermittente impossibile da percorrere, dove l’asfalto non sia l’unico materiale visibile, ma lasci il posto anche alla permeabilità del suolo, a brani di spazi verdi, ecc.
Immaginare ad esempio di riutilizzare tutti i piccoli spazi pubblici disseminati ovunque, dalle corti del centro storico, agli spazi interstiziali abbandonati delle periferie, per farli diventare supporto della vita quotidiana. Spazi, magari verdi, diffusi, dove stare a chiacchierare e passare il tempo libero, come piccoli parchi dietro casa.
Immaginare che muoversi in bicicletta o a piedi non sia solo un esigenza, ma diventi una possibilità di conoscenza del nostro territorio, per riscoprirlo anche al di fuori dei propri confini, privilegiando le forme alternative di trasporto, secondo le innovative linee di pensiero dello slow-moving, predisponendo percorsi ciclabili o percorsi della salute.
Immaginando di leggere le nostre abitudini attraverso laboratori urbani aperti, percorsi partecipativi dove co-elaborare progetti, condividere idee, ricercare soluzioni.
Immaginare, infine, di aprire la nostra comunità ai concorsi di idee, legandoci maggiormente alla dimensione europea, per avere un ventaglio maggiore di proposte sicuramente di più alta qualità.
Queste sono solo alcune proposte per iniziare a discutere di urbanistica a Campi, per costruire un nuovo spazio fisico del walfare, per costruire gli scenari possibili per la nostra città.
Abbiamo tutte le potenzialità per non rimanere ai margini del mondo, per effettuare un salto di qualità abbattendo tutti i ritardi accumulati, per effettuare come direbbe Gianfranco Viesti, una grande svolta anche nel profondo Sud, oppure, con le parole di Franco Cassano, per non pensare il Sud alla luce della modernità, ma per pensare la modernità alla luce del Sud.
Urbanistica: una città a misura d'uomo
Etichette: idee, programma, urbanistica
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